That which cannot be proposed was represented.

Pietro Gaglianò

Exhibitions reach their scheduled termination dates and are dismantled. In theory that usually happens also for theatrical productions, town fairs, and even party decorations in a room. Nothing is more normal; however there is something outrageous in the closing of an art exhibition: it is an arbitrary decision than interrupts the natural expression of feelings that can be produced only in that particular conjunction of space and time and that does not possess, genetically, the sense of its own impermanence. An exhibition, in reality, does not end: it is interrupted but its real-time is different. The offspring of spirit is destined to resonate forever.

Normally it is an event the artist avoids. He or she lets others, unknown laborers, technicians of that trade, do it. The artist only gets back the packed works and perhaps tries not to think about it, as one does not think about the putrefaction of bodies or the inevitable crumbling of monuments. The artist does not participate and the visitors, as far as they are concerned, ignore what is going on. The reference point, for all, is simply the beginning of the following exhibition and the action of dismantling remains a silent act, something mechanical that others have to do and about which one prefers to be silent because it could be uninteresting, or too sad.

January 22nd, 2005 was the date set for the closing of Paolo Parisi’s exhibition “Conservatory (San Sebastiano)”. At 8 p.m. the conservatories had been dismantled, layer after layer, and lied still and enigmatic in their gigantic wooden shrouds, to go who knows where.
The wall paintings “Islands” remained on the walls of Quarter. In a way orphans for those who had seen them come to light with the rest of the installation, they were still aware of their autonomous beauty and of their aesthetic thoroughness. The necessity that controls everything imposed their deletion and it could have been, like every other time, an ordinary event. A technical action that would have reset, at least visually, the neutral space of the central hall to make room for something else. It was turned into a spectacular event.

It was a lay ceremony, with a funeral service that followed the liturgy dictated by art. That which imposes upon itself precepts in line with eternity, the inextinguishable disruption of beauty, the continuous course of created things.
In the morals of the contemporary, there is a no yet resolved conflict about the possibility of preservation and of perpetuation of the idea that was contracted in form. To hold on an object-an idea, a person, or a thought is a form of love. Sometimes fractures are only the most obscure part of a new source, and when a work of art is removed, other shapes and other ideas rise from its ending.

So that which could not be proposed was staged: death, the end of a time, even if it was the transient one provided for by the original destination, as scheduled.
This was the scene: to the islands on the walls, it corresponded, on the horizontal plane, an archipelago of actors, each with his or her role, who celebrated the removal.

Four decorators climbed the scaffolding and the platforms to cover Paolo Parisi’s works with white paint. At the center of the hall the volume of loudspeakers and projectors rose. The lights’ direction modulated the passages, tempering the strict duotone of that space with the electrical tones of purple, red, and blue.

From a quartet sprang the spontaneous, uncontrollable sound of jazz music, intolerant of the laws of composition. Two rows of movie theater chairs, absurdly landed and placed obliquely in the hall, complained of having been eradicated from their context. On one side, or perhaps on the other, the clear voice of exile, departure, elision, the voices of the woman singer and of the actress intertwined in a countermelody that sparkled through space, sound, and light.

The audience was silent.
From the height of their positions, angels announcing a controversial second coming, the wall painters proceeded with their work to erase the recent exhibition.

All this happened, and perhaps even something else.

For the first time, in a contemporary art center, a normal change from one exhibition to the next was made public: a still unknown way to celebrate the end of a work of art.

 

© 2005 The author, Maschietto Editore. Sergio Risaliti, curated by, Paolo Parisi / John Duncan. Conservatory (San Sebastiano), exhibition catalog (book + CD), with texts by Daniela Cascella, Pietro Gaglianò, Giovanni Iovane, Sergio Risaliti, Florence, October 2005.

L’improponibile è stato rappresentato.

Pietro Gaglianò

Le mostre giungono ad una data di scadenza e vengono smantellate, in teoria è quanto avviene ordina- riamente anche per gli allestimenti teatrali, le fiere di paese, le stanze addobbate per una festa. Niente di più regolare; eppure c’è qualcosa di scandaloso nella fine di un’esposizione artistica, si tratta di una decisione arbitraria che interrompe l’emissione naturale di emozioni che solo in quella particolare con- giunzione di spazio e volume si può produrre, e che non possiede, geneticamente, il senso della propria caducità. Una mostra, di fatto, non finisce, viene interrotta, ma il suo tempo reale è un altro. I figli dello spirito sono destinati a vibrare in eterno.

Nella pratica comune si tratta di un evento al quale l’artista si sottrae, lascia che siano altri a farlo, oscu- ri manovali, tecnici del mestiere. Lui, l’artista, si limita a riprendere con sé le opere imballate, e forse cerca di non pensarci, come non si pensa alla decomposizione dei corpi, o all’inesorabile sgretolamento dei monumenti. L’artista non partecipa, e il pubblico, da parte sua, ignora quanto accade. Il punto di rife- rimento, per tutti, si trova banalmente nell’inizio della prossima esposizione, e l’azione dello smontaggio rimane un atto silenzioso, qualcosa di meccanico che altri devono fare, e di cui si preferisce tacere per- ché potrebbe essere privo di interesse, o potrebbe essere troppo triste.

Il 22 gennaio 2005 era la data fissata per la conclusione della mostra ‘Conservatory (San Sebastiano)’ di Paolo Parisi. Alle otto di sera i conservatori erano stati smontati, strato dopo strato, e giacevano immo- bili ed enigmatici nei loro immensi sudari di legno, destinati chi sa dove.
Sulle pareti di Quarter rimanevano i wall paintings ‘Islands’, in qualche modo orfani, per chi li aveva visti nascere assieme al resto dell’installazione, ma ancora sapienti della propria bellezza autonoma e della loro compiutezza estetica. La necessità che ordina tutte le vicende imponeva la loro cancellazione, e avrebbe potuto essere, come ogni volta un evento ordinario. Un’azione tecnica che avrebbe resettato, per lo meno visivamente, lo spazio neutro della hall centrale per lasciare posto ad altro. Ne è stato tratto un evento spettacolare.

È stata una cerimonia laica, con esequie che seguivano la liturgia dettata dall’arte. Quella che si impone precetti in linea con l’eternità, il turbamento inestinguibile della bellezza, il corso continuo delle cose create.
La morale del contemporaneo conosce un dissidio non ancora estinto sulla possibilità della conservazio- ne e sulla perpetuazione dell’idea contratta nella forma. Non sempre custodire un oggetto – un’idea, una persona o un pensiero – è una forma d’amore. A volte le fratture sono solo la parte più oscura di una nuova sorgente, e nel momento in cui un’opera d’arte viene rimossa, altre forme e altre idee scaturiscono dalla fine della prima.

Dunque, l’improponibile è stato rappresentato: la morte, la fine di un tempo, sia pure quello transitorio per destinazione originaria, come da programma.
La scena era questa: alle isole sulle pareti corrispondeva, sul piano orizzontale, un arcipelago di attori, ognuno con il proprio ruolo, che celebravano la rimozione. Quattro imbianchini sono saliti sulle impalca- ture e sulle piattaforme per ricoprire di vernice bianca le opere di Paolo Parisi. Al centro della sala si innalzava il volume di casse e proiettori. La regia della luce modulava i passaggi, temperando la rigoro-

sa bicromia dello spazio con i toni elettrici del viola, del rosso, dell’azzurro. Dall’ensemble di quattro musi- cisti è scaturito il suono, quello spontaneo, inarrestabile, insofferente al codice della scrittura, della musi- ca Jazz. Due file di sedie da cinema, assurdamente atterrate e disposte obliquamente nella sala, lamen- tavano lo sradicamento dal loro contesto. Da una parte, o forse dall’altra, la voce limpida di un’attrice recitava le liriche di Paul Celan e Marina Cvetaeva, un canto che parlava di esilio, allontanamento, elisio- ne. Le voci della cantante e dell’attrice si sono intrecciate in un controcanto che scintillava attraverso lo spazio, il suono e la luce.

Gli spettatori tacevano.
Dall’alto delle loro postazioni, angeli annunciatori di una parusia controversa, gli imbianchini procedeva- no nel loro lavoro di cancellazione.
È successo tutto questo, e forse anche altro.

‘Per la prima volta, in un centro d’arte contemporanea, un evento di naturale avvicendamento tra una mostra ed un altra, è stato reso pubblico’: un modo ancora sconosciuto di celebrare la fine di un’opera d’arte.

 

© 2005 l’autore, Maschietto Editore. Sergio Risaliti, a cura di, Paolo Parisi / John Duncan. Conservatory (San Sebastiano), cat. mostra (libro + CD), Con testi di Daniela Cascella, Pietro Gaglianò, Giovanni Iovane, Sergio Risaliti, Firenze, ottobre 2005.