|
Spazializzazione di iscrizioni originarie come limite ideale di ogni origine, il
corpus di Paolo Parisi si innesta letteralmente in quel revenant chiasmatico dove
laccedere del corpo dellopera allatto riproduce davanti -nel
vuoto-superficie- lintarsio dellorigine dietro. Si tratta infatti di
superfici-alità stereoscopiche di spettralità bidimensionali, incistate nel cuore stesso
di ogni sudario di retrocessione crasica di invaginazioni tridimensionali infinite,
svuotate nel loro proprio più improprio che automaticamente inghiotte se stesso, fino al
suo centro vuoto, più lontano ancora del centro, più lontano di ogni traccia di
spaziamento (che il centro tratterrebbe ancora), nellabisso in cui il buco assorbe
fino ai suoi bordi, in cui ciò che appare, in una sorta di ipostasi cadaverica en-abyme
dellimago, è ciò che ossimoricamente impedisce al segno di apparire.
Tumulazioni in ritardo, cicatrizzazioni in anticipo di smottamenti aptici dove nessuna
iscrizione potrà mai riuscire a vedersi, ad avere un proprio controcampo in questo
bradisismo tattile implacabilmente sprofondato in una simul-taneità brachilogica
infracontigua di metastasi sinopiche che instancabilmente seppelliscono la spoglia
pittorica, impedendo al segno stesso di guardarsi, di rimarginarsi, in una reversibilità
impenetrabile oramai accecata di ecoprassi stereoctonie (rilievi sprofondati o abissi in
rilievo), incrostatesi in decessi celibatari di neoplasie sindoniche di
figur-azione-cenotafio, de-posizioni posturali di fossili acrostici. Di modo che ciò che
com-pare sulla superficie-supereffige, è già in realtà la rimozione-riesumazione
diapietica della stessa, mostrando ormai la suppurazione di ciò che non sta mostrando in
una sculturizzazione a ritroso come modulazione introflessa di necrosi-sinchisi del
sottorilievo, ri-velandosi letteralmente come proprio auto-calco, maschera mortuaria,
controfigura di un senza figura che nessuna in-visibilità riuscirà mai a rendere
invisibile, inattingibilmente più visibile di ogni rivelazione, talmente riassorbita in
sé, da non essere più né segno né sé. Ectopie di innesti imenici che non penetrano,
estensioni senza accesso di mappature forcluse non più imputabili ad un qualche ritorno
del rimosso o elaborazione del lutto di inumazioni plastiche autotanatografiche di
introiezioni secondarie, ma bensì ad incorporazioni-anabiosi di blocchi imagoici situati
allinterno del rinvio figurale stesso, sorta di enclave anasemico clandestino che
non accetta né trasgredisce, inconscio allonimo, sepolto vivo che fa di ogni interno un
fuori escluso allinterno del dentro. Spazializzazione cava del segno di
immagini-tempo criptolaliche in-stallate in un futuro anteriore "puro" che
senza-posa ne richiama la virtualità originaria e non la dipendenza da un presente che la
evochi disseppellendola, aspettandosi al senza attesa dividuale il quale non rinvia che a
sé, non fa più traccia, a meno che non tracci perdendo quella traccia che di lei resta
ancora.
© 2002, Alessandro Sarri
in Paolo Parisi, "À rebours (dalla camera chiara all'immagine del mondo)", 2002. Cat. mostra personale G. C. A. C. Castel San Pietro Terme / Galleria Neon, Bologna. Testi di Saretto Cincinelli, Alessandro Sarri, Ambra Stazzone.
|